Un'ultima domanda

Il compimento del dono

Le pagine precedenti hanno seguito il dono nel suo pericolo, nel suo debito, nella sua libertà, nella sua dignità, fino all'altare. Resta una domanda aperta: quando il conto è pagato, la storia finisce lì?

Non un pareggio

Paolo, scrivendo ai Romani, non descrive un conto che va in pari: descrive un'eccedenza. «La Legge poi sopravvenne perché abbondasse la caduta; ma dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia» (Romani 5, 20).

Tommaso d'Aquino le dà un nome tecnico: la Passione di Cristo non è una soddisfazione solo sufficiente per il peccato del mondo, ma superabbondante (Summa Theologiae, III, q. 48, a. 2). Chi ripara un torto dando qualcosa che vale più del torto stesso non pareggia il conto: lo supera.

Cosa c'è, dentro l'eccedenza

Il Catechismo lo dice senza mezzi termini: il Verbo si è fatto carne perché diventassimo «partecipi della natura divina» (2 Pietro 1, 4), e mette in fila tre voci.

«Il Figlio di Dio si è fatto uomo per farci Dio.»

Sant'Atanasio, citato nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 460

Prima di lui, Ireneo di Lione aveva scritto che il Verbo si è fatto uomo perché l'uomo, «entrando in comunione con il Verbo e ricevendo così la filiazione divina, diventasse figlio di Dio». Tommaso, nello stesso paragrafo del Catechismo, lo dice in una formula che si può quasi toccare: ut homines deos faceret factus homo, «per fare gli uomini dei, si è fatto uomo». Non è un modo di dire: è l'eredità di cui parla anche Paolo, «coeredi di Cristo» (Romani 8, 17), già incontrata in un'altra pagina di questo percorso.

Fratelli, non debitori

Chi riceve questa eredità non resta un beneficiario isolato: diventa fratello. «Colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli» (Ebrei 2, 11). E se ogni fratello condivide, in qualche modo, questa stessa origine, il modo in cui lo si tratta cambia natura: «Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me» (Matteo 25, 40).

Un cavaliere su un cavallo bianco, in armatura, taglia con la spada il proprio mantello per condividerlo con un mendicante seminudo seduto ai suoi piedi.
El Greco, San Martino e il mendicante, 1597-1599 circa. Olio su tela, National Gallery of Art, Washington. Pubblico dominio, via Wikimedia Commons.

Martino di Tours, ancora soldato romano, incontra un mendicante nudo alle porte della città in una notte d'inverno. Non ha altro da dare: taglia in due il proprio mantello con la spada e ne veste il povero. Quella notte, nel sonno, vede Cristo indossare proprio quel mezzo mantello, e dire ai suoi angeli: «Martino, ancora catecumeno, mi ha coperto con questo mantello» (secondo il racconto di Sulpicio Severo, Vita di San Martino). Il mendicante che Martino aveva vestito e Cristo che gli appare in sogno non sono due persone diverse: sono la stessa persona, vista due volte.

Un'immagine da ritrovare

C'è una costante che attraversa tutto questo percorso: il battesimo che fa «sacerdoti, re e profeti», la filiazione che rende «partecipi della natura divina», la fratellanza che rende ogni volto un luogo dove Cristo può nascondersi. Ricordarsene non è un pensiero astratto: è un invito a cercare, ogni giorno, quello che innalza, e a lasciare quello che abbassa.

«Felice colpa, che meritò di avere un così grande Redentore!»

Exsultet, Veglia pasquale

«È compiuto» (Giovanni 19, 30: in greco tetelestai), ha detto Gesù sulla croce. Non un pareggio: un dono che non finisce di essere dato.

Resta una domanda, per chi arriva fin qui: tu, cosa fai per innalzare te stesso e chi ti sta accanto? Vale la pena cercarlo insieme.